L’onorevole “scontento”
Cerchiamolo una o un presidente che dichiari come Maria Bianchi che non si ricandiderà, e farà solo un’opera di servizio per la collettività. Una tantum
Nell’immaginario collettivo la “gente”, il popolo quando vogliamo parlare più aulicamente, i siciliani che vanno a votare o non più, pensa “all’Onorevole” eletto nella mitologica Assemblea Regionale Siciliana, la sala assembleare è dedicata ad Eracle ed alle sue fatiche, come ad un uomo arrivato e tronfio del suo status e dei privilegi connessi. Costui, mentre noi fatichiamo sul serio più del semidio, dovrebbe essere un parassita contento di se stesso e della sua vita.
Ma non è cosi. Intanto, perché non tutti, come sempre nella vita, hanno questo cinismo assoluto nei confronti di coloro che stanno fuori dal Palazzo dei Normanni. E poi c’è chi è proprio scontento di una politica che non cambia mai, che non da risposte ai territori, ai siciliani. Oggi “l’Onorevole Scontento” può essere esaurientemente rappresentato dal Nicola D’Agostino da Acireale, terra che ha ben visto altri più autorevoli amministratori di Palazzo d’Orleans come Rino Nicolosi.
Qualcuno potrebbe dire che D’Agostino di FI, quindi di una forza di maggioranza che esprime la Presidenza della Regione, è scontento perché non è diventato assessore, ma chi conosce bene il combattivo, come quasi tutti gli achei aciesi, deputato sa che non è per questo o solo per questo. Lui pubblicamente sui social ha fatto un’analisi profondamente critica che potremmo definire antisistema, più che grillina. Sostiene che, visti i pessimi risultati dell’attuale classe dirigente, il prossimo Presidente della regione può tranquillamente essere scelto con il sorteggio, non potrebbe fare peggio, e potrebbero accadere fatti sorprendenti.
Prefigura una telefonata ad una tale Maria Bianchi a cui il sorteggio ha consegnato il fardello di governare l’isola. Personalmente pensiamo che il sorteggio sia una cosa del novecento, da boomer come mi dicono i miei figli, oggi potremmo, senza notevoli peggioramenti, consegnare all’AI la governance dell’isola, nonostante le avvertenze di Papa Prevost. Ma un’appendice è terribilmente convincente del ragionamento di D’Agostino. Colui che assurge alla carica di presidente deve dichiarare in partenza che non si ricandiderebbe più. Questo ci farebbe uscire dalla logica politica della sopravvivenza personale, ed imboccare quella della politica come servizio. Perché tutte le lotte dentro il “palazzo” sono provenienti dall’ambizione, o angoscia, del sopravvivere. Inoltre acquisirebbe più valore la squadra, perché solo in essa è praticabile una eventuale continuità politica per completare un progetto amministrativo, se ovviamente questo ha un trend positivo. Forse questa intuizione di D’Agostino dovrebbe essere addirittura normata, prevedere per Statuto la non ricandidibilità di un Presidente. Oppure mettere la sfiducia costruttiva, come in provincia di Bolzano o Val d’Aosta, autonomie guarda caso speciali. Perché Palazzo d’Orleans ci consegna sempre maionesi impazzite, perché c’è troppa univocità di potere, in assenza di altri, in quel luogo. D’Agostino ha ragione ad essere scontento, e tra tanti silenti ha il merito, non banale in politica, di rendere una critica trasparente. Non della maggioranza, ma del sistema politico.
Cerchiamolo una o un presidente che dichiari come Maria Bianchi che non si ricandiderà, e farà solo un’opera di servizio per la collettività. Una tantum.
Giovanni Pizzo

