L’unica chance per cambiare l’isola è che il mondo sociale si aggreghi, faccia rete e diventi protagonista di una nuova visione della Sicilia
Non bisogna aspettare il collateralismo politico contingente ma anzi influenzarlo attivamente
In Sicilia si parla, spesso a vanvera, di società civile ed impegno politico. Per società civile si intende a queste latitudini un aggregato indistinto di persone che non sono coinvolte stabilmente nell’agone politico, non aventi un’appartenenza ideologica o politica costante, ma che si ritiene esclusa perché non tifosa tesserata. Spesso costoro appartengono alla borghesia, professionale o produttiva, al mondo della cultura o della scuola, o dell’università, come docenti o discenti, e vengono gestiti dal mondo politico come singole persone, non come gruppi aggregati, cosa che risulta facile considerando l’iper individualismo siciliano e il modus politico del divide et impera.
La società civile locale è frustrata, ognuno singolarmente, dal fatto che il loro sapere, la propria competenza, la personale visione della realtà, i loro progetti non vengono presi in considerazione dalla governance, o dall’opposizione, di turno. A volte, ad ondate, riemerge il mito della società civile, e vengono contesi o blanditi. Loro, quelli della società civile, saprebbero come fare, forse meglio, anzi sicuramente, di coloro che si occupano della vita pubblica, di quella cosa un po’ sporca che si chiama politica, ma non vogliono sporcarsi, appunto, le mani. A meno che qualcuno, folgorato come Paolo sulla via di Damasco, non si accorga improvvisamente del loro fulgore intellettuale, della brillantezza delle loro idee, del precipuo livello dei loro cv, o solamente della loro evidente personalità. Alla società civile piace essere cooptata, più che competere elettoralmente tra i condominii di via Paruta o di via Casalini, di Picanello o di Giostra. Loro abitano solitamente in centro città metropolitano, e non nelle periferie, per questo pensano di essere centrali, determinanti, nella conduzione delle cose. A volte la politica politicante, i professionisti della cosa pubblica, cercano di rapportarsi, dopo giuramenti di fedeltà, con questo pezzo della società, per ammantare appunto di civiltà il loro agire. Per il resto del tempo la società civile siciliana si fa i fatti propri, scrive post più o meno indignati sulle piattaforme, ed in gran parte si astiene dalla partecipazione politica, spesso pure dal voto, anche se pensa di avere un primato civile. Loro sono i buoni gli altri i poco di buono.
Il mondo sociale è un’altra cosa. È un miscuglio di comunità aggregate, tra loro ma scisse con le altre, da culture territoriali o identitarie, da sentire comune, da aspetti sindacali o di cooperazione. Sono persone abituate a stare insieme, a confrontarsi, a scambiare idee. Ma anche costoro sono isolati, alcune volte scientemente, altre casualmente. Si interrogano e agiscono su singoli temi, quelli che li uniscono, ma non fanno il salto su una dimensione complessiva della società. Sono mondi dei diritti o della produzione, della spiritualità e del volontariato, della cooperazione lavorativa. Sono spesso i mondi dei Comuni, soprattutto quelli più piccoli, in cui il campanile si sente ancora forte. Ma non fanno massa critica nella partecipazione politica, perché pensano, sbagliando, che l’unione non fa la forza.
Ed infine c’è il blocco sociale vicino alla politica, fatto da dipendenti di enti collegati, partecipate, forestali, sanitari, aziende dell’indotto pubblico, o da precari che lavorano in Regione o altri enti, o aspiranti tali. Costoro, non tutti ovviamente, sono i principali clientes della politica siciliana, la quale al 90% tratta esclusivamente i temi riguardanti costoro. Perché costoro votano quasi sempre e sono lo zoccolo duro a cui rivolgersi, tutti gli altri, che sono la larga maggioranza, sono frazionati nelle motivazioni, sono la cosiddetta opinione pubblica, che in gran parte non va più a votare, disillusa o indifferente, e quando va a votare è volatile, cambia spesso idea e quindi risulta inafferrabile per il politico professionista siciliano. Puntare sul blocco sociale comporta allontanarsi politicamente dai temi larghi, dalle riforme ineludibili per la Sicilia, non occuparsi di temi come donne e giovani, altro che Next Generation UE, di anziani che tra poco saranno senza cure e car giver, trascurare alcune infrastrutture, e soprattutto i territori dove il blocco sociale è poco presente.
L’unica chance per cambiare, sempre che si voglia cambiare, l’isola è che il mondo sociale si aggreghi, faccia rete, e diventi protagonista di una nuova visione della Sicilia, non aspettando il collateralismo politico contingente, ma anzi influenzandolo attivamente diventando soggetto politico di comunità. Perché la Sicilia, intera, non frazionata per interesse di parte, è un complessivo, e complesso, bene comune. Che può prendersi cura dei suoi anziani, e promuovere il capitale umano invece di farlo fuggire. Restanza, Tornanza, Solidarietà mediterranea, Comunità, Cultura produttiva sono i temi del futuro di questa terra.
Giovanni Pizzo

