Densità politica e cambiamento
La politica non è una scienza esatta, ma ha dei paradigmi abbastanza certi. Uno riguarda la densità di un ceto politico all’interno di un’aerea definita.
Gianfranco Miccichè
La politica non è una scienza esatta, ma ha dei paradigmi abbastanza certi. Uno riguarda la densità di un ceto politico all’interno di un’aerea definita. Fino ad un certo livello di densità la forza di quell’area ha una dimensione organizzativa vincente, è strutturata e coordinata, e gestisce senza grande opposizione sia il potere che la gestione del consenso. Poi, se non assume un percorso di ricambio, di inclusività ed apertura alle istanze, a volte nuove, del contesto di riferimento, tende a sclerotizzarsi, ad irrigidirsi, e perde una caratteristica fondamentale della politica, la capacità osmotica. Si chiude in una logica di sopravvivenza di ceti o singoli personaggi, perdendo contatto con la realtà o distorcendone la percezione. Ed è quello che sta succedendo al centrodestra isolano, il quale, a parte alcuni giovani leoni rampanti, ha da più di trent’anni gli stessi protagonisti.
Questa esclusività, spesso autoreferenziale, e distanza dalla realtà sociale è più evidenziata da alcuniappartenenti politici e culturali del centrodestra, che da esponenti delle opposizioni. I quali però vengono trattati come Cassandre dai mentori dello status quo. Le mura della Ilio del centrodestra siciliano sono alte, e mai hanno registrato sconfitte, costoro profetizzano. Questo assunto non è una verità. Nel 2012 una coalizione di soli due partiti, non un campp largo o un’invincibile armada, il PD e l’Udc, che raccoglieva una parte della diaspora del voto moderato, sconfisse il centrodestra da molti lustri al governo dell’isola. Il contesto era particolare, molto sentita era la questione morale per alcuni accadimenti giurisdizionali, e soprattutto il centrodestra, dopo sostanziali diversità di vedute sulla leadership, si spaccò, portando alla candidatura di Gianfranco Miccichè insieme a Raffaele Lombardo. Guarda caso i protagonisti oggi di Grande Sicilia, insieme al non sempre amato, dal centrodestra classico, Roberto Lagalla. A questo quadro espositivo si deve aggiungere una riflessione. Oggi più di allora l’elettorato, pur avendo un’appartenenza culturale, più che politica, vista l’assenza della stessa, ha più volatilità e meno fedeltà. In sostanza l’attuale densità del centrodestra siciliano è diventata esageratamente densa, respingente esclusiva e respingente altri soggetti, che giustamente ambiscono a spazi, anzi tende a confinare, se non espellere, alcuni che sono in questa stessa area.
Dall’altro lato c’è un centrosinistra che ha scarsa densità, grumi politici dispersi e dispersivi, anche se oggi, sempre paragonati al 2012, sembra che possano andare insieme. Allora presentarono tre coalizioni, di cui una al 30%, fu sufficiente per vincere le elezioni regionali. Oggi il centrosinistra se si da un decalogo trasparente ma razionale, non dando patenti ma comportamenti congrui, ha margini di inclusività. Quello che gli difetta è un amalgama unitivo, che motivi forze fresche, nuove rappresentanze di comunità, settori della società oscurati dalla dinamica politica locale, soprattutto donne e giovani, la famosa Next Generation UE di cui nella strategia regionale si sono perse le tracce. L’amalgama, come diceva il compianto presidente Massimino, si può acquisire, in particolar modo rivolgendosi alla più vitale società civile siciliana. Il prossimo duello politico siciliano sarà improntato sulla contrapposizione conservazione/cambiamento, in entrambi i campi bisognerebbe capire però cosa cambiare e cosa conservare.
Giovanni Pizzo

