Giulio Andreotti “uber alles”

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Ora abbiamo un’altra romana de Roma al comando, solo che sembra più perplessa che dubbiosa, davanti all’avanzamento inconsulto della Storia

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Un paio di giorni fa stavo passeggiando con uno degli ultimi testimoni, il pluri ministro Calogero Mannino, della Repubblica, epigono di una classe dirigente che comunque ci provava ad essere indipendente, pagando prezzi, anche a rischio della propria esistenza, dai sistemi che governano il mondo. Infatti non eravamo schiavi finanziariamente, ed eravamo la quinta potenza del mondo, con un debito, per quanto in crescita dovuta ai compromessi, gestibile. Commentavamo la assoluta mancanza di logica, di spregio delle conseguenze, di variabilità assoluta della situazione internazionale, e di inadeguatezza delle nostre classi dirigenti ad affrontare tutto questo. Il caso turistico/commerciale di Crosetto, è imparagonabile per esempio a quello di Tanassi. Lì c’era un ministro della Difesa che si piegava, per interessi plurali, al colosso della Difesa americano, la famosa Loocked.

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Ma c’erano anche anticorpi, dentro l’establishment, che ne bloccavano le devianze. Ci si chiede ad un certo punto come avrebbe gestito una fase simile l’inarrivabile Giulio Andreotti. Costui è stato in finale di vita esposto al parziale ridicolo dal film “Il Divo” di Sorrentino. Il film aveva delle punte di realismo, condite di sarcasmo e qualche ironia, che avrà forse fatto sorridere, in parte, l’inossidabile Andreotti. Il quale sembrava imperturbabile ad occhi non adeguati, ma bastava un restringimento impercettibile delle palpebre per dare un significato ad un fatto o una frase. L’Eterno Giulio è stato sempre incarnato come Belzebù, il male assoluto, un essere luciferino in quanto pensante, una specie di AI rispetto ai governanti odierni. Andreotti non faceva nulla, c’è da dire, per disattendere questa narrazione, non andava in giro a regalare caramelle ai bambini pubblicamente, forse era pure compiaciuto del fatto che nemici ed amici lo temessero. Sapeva benissimo che il gioco del potere era ostile all’amore e alla benevolenza. Ebbi la sorte di un pranzo fortuito con lui, invitato casualmente da altre persone, come uno Zelig di passaggio. Stetti zitto e vigile tutto il tempo, come un casco blu ONU, temendo di dire qualche castroneria, o peggio banalità. Ed ebbi la stessa sensazione di brivido permanente lungo la schiena descritta da Oriana Fallaci che lo intervistò. 

Io in quel momento ebbi la sensazione del vero senso del potere, che è il dubbio, più che il male. Il potere non agisce per giustizia ma per necessità. E il dubbio su quale scelta sia congrua, non etica, ma necessaria, al momento precipuo, è l’essenza del potere. La certezza, gli imperativi, sono per gli stupidi, per i conformisti. Le certezze sono una comfort zone che coloro che capiscono il potere, e lui da 7 volte presidente del consiglio lo capiva bene, non si possono permettere. Il dubbio ti allontana dagli altri, ti rende diverso, per cui gli altri ti possono tenere a distanza, per ignoranza o paura. Lui per esempio non amava gli americani, ci andava a patti, se utile o necessario, ma non li amava o temeva come l’atlantico sardo Cossiga. Lui era romano e papalino, aveva un senso della storia millenaria, che aveva già visto barbari e visigotiabbeverare i cavalli sul fiume dei lari. Come lui che aveva visto la  quinta armata del generale Clark entrare nella città eterna, come sui carri dei trionfatori, elargendo cioccolato e sigarette alla plebe romana. Lui era già lì, giovane per quanto un Andreotti possa esserlo, nei pressi del potere, accanto a De Gasperi nei governi provvisori, e poi definitivi della nuova Repubblica. Ad un romano gli invasori dei sanpietrini, per quanto liberatori, o presunti tali, non possono stare simpatici, utili temporaneamente, ma poi se ne devono andare. Solo che quelli, gli americani, si installarono li, in via Veneto e non se ne sono andati più.  La sua politica estera è sempre stata improntata ad equilibri differenti, anche se controllati, che lui parlasse con Gromiko o Arafat, o altri leader arabi, non faceva certamente piacere oltre atlantico, che tenesse quella schiena ingobbita, come una postura dissimulatrice, invece dritta nella sostanza, era un segno di inaffidabilità a coloro che dubbi, per ignoranza giovanile o stupidità conclamata, non ne hanno. 

Un’altra dote formidabile di Andreotti era la sintesi. Moro, Fanfani, Craxi De Mita, suoi competitori per la massima carica, che per lui era Chigi più del Quirinale, essendo lui un uomo di azione più che di garanzia, erano prolissi, affabulatori, De Mita anche inutilmente verboso, da retore ellenistico. Lui era per l’alea jacta est, di poche ed argute parole o metafore, tagliente come l’acciaio giapponese di Hactori Hanzo del film di Tarantino. Con una frase tagliava carne ed ossa.Lui non voleva fare il segretario di partito, non aveva tempo da perdere, lui doveva gestire come le parche il destino di questo paese. Lui voleva Chigi, e lo ha solcato più di tutti, in quanto palazzo di Papi, non voleva il palazzo di Piazza del Gesù, c’erano troppi nullafacenti e massoni in quella piazza, lui cercava l’obelisco  che rappresentava la sua romanità. 

Ora abbiamo un’altra romana de Roma al comando, solo che sembra più perplessa che dubbiosa, davanti all’avanzamento inconsulto della Storia. Degli altri è pressoché inutile parlare.

Giovanni Pizzo

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