Il “senso della Comunità” che chiede di essere protagonista nel quadro delle Autonomie Locali

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Il vero vulnus che ha oggi la Sicilia, la dicotomia tra la Regione, le aree vaste, le ex province, e i Comuni. Una dicotomia e una divaricata gestione finanziaria che ha causato il definanziamento, in alcuni casi la sospensione tramite commissariamento, degli Enti locali siciliani

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Si potrebbe pensare che i siciliani, di cui è notorio l’esasperato individualismo, con devianze parossistiche su narcisismo ed autoreferenzialità, ed il resistente familismo siano privi del senso di Comunità. Intendiamo quella propensione al bene comune inteso come perseguimento di valori, diritti e interessi collettivi. 

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Spesso ciò avviene nei grandi centri, e città metropolitane, in cui il sensi civico è relativo, e frazionato da una disgregazione tra centro e periferie. Ma nella stragrande maggioranza dei comuni, spesso al di sotto dei 15.000 abitanti, il senso della Comunità resiste, ha significato ed esprime non solo valori, ma anche competenze e best practise. Per esempio la raccolta differenziata, problema esiziale per questa isola, risulta più marcata nei piccoli centri che in quelli grandi. E la Sicilia con i suoi 391 Comuni è essenzialmente abitata in centri piccoli o medi. Le tre città metropolitane Palermo, Messina e Catania, raccolgono circa 1.350.000 abitanti su oltre 4.800.000 complessivi che popolano la Sicilia. 

Le Comunità, non solo quelle territoriali ma anche le cosiddette intermedie, resistono e chiedono di essere protagoniste nel quadro del complesso delle Autonomie Locali. 

Questo è il vero vulnus che ha oggi la Sicilia, la dicotomia tra la Regione, le aree vaste, le ex province, e i Comuni. Una dicotomia e una divaricata gestione finanziaria che ha causato il definanziamento, in alcuni casi la sospensione tramite commissariamento, degli Enti locali siciliani. 

La maggior parte di essi, sia per il blocco delle assunzioni a livello nazionale,  sia per la carenza di risorse dovute al doppio definanziamento, statale e regionale, sono decisamente sotto pianta organica, rispetto a decenni fa. Scarseggiano soprattutto le figure direttive, ragionieri comunali, capi ufficio tecnico, capi dei vigili, segretari comunali che spesso sono condivisi. Questo ha inciso non soltanto sulla vita ordinaria dei Comuni, ma soprattutto sulle capacità di progettare e intercettare i finanziamenti per investimenti. Ma tra poco ci sarà il big bang della Regione, perché tra 4/5 anni, tutti i suoi dirigenti andranno in pensione contemporaneamente, e le scrivanie apicali rimarranno vuote. La macchina, che non ha avviato nessun ricambio, si fermerà, e forse un decentramento di ruoli e risorse ai Comuni sarà possibile. La prossima legislatura regionale diventerà determinante, anche perché parzialmente sono cambiate le dinamiche di bilancio, fino ad oggi asfittico. Quello che dovrebbe veramente cambiare è un trapasso generazionale, se non vogliamo creare un distacco finale tra le generazioni. Dovrebbe diventare il tempo dei quarantenni, generazione mediana della vita media italiana, anche se in Sicilia viviamo meno della media nazionale, ma tendiamo a resistere di più sulle poltrone del potere.

Nonostante tutto questo, Sindaci e amministratori locali, con indennità irrisorie e gravi responsabilità, sono riusciti ad avere resistenza più che resilienza, tenere in piedi cittadine facendo le nozze con i fichi secchi come si usa dire da noi, pur lottando contro una globalizzazione che spopola le comunità, soprattutto quelle interne. Molti ragazzi se ne vanno, alcuni ritornano, individualmente ma senza azioni o risorse per agevolarli al di là del mitico resto al Sud, che è rivolto a collocazioni professionali di bassa abilitazione. Non ci vuole la laurea per aprire un ristorante o un chiringuito. 350.000 laureati hanno lasciato il meridione, e la Sicilia in questo primeggia. 

Però nonostante tutto, vivere la Comunità, i suoi valori, la sua solidarietà, il senso di umanità che da essa promana, è per tantissimi meglio dell’assuefazione alla globalizzazione, alle jungle dei rapporti umani che sono le metropoli come Londra o Anversa, o altre capitali ancora più affollate. In questi luoghi ci si sente come il Charlie Chaplin di “Tempi moderni”, rotelline dell’ingranaggio, dove lavorare, trasportarsi, consumare, e morire, soprattutto dentro. Ovviamente tutti questi posti forniscono opportunità, riescono a fare esprimere talenti, gestiscono spazi di civiltà avanzati. La sfida è portare tutte queste cose anche nelle nostre comunità, cambiare le direzioni di marcia ed essere inclusivi non esclusivi al ribasso.

Giovanni Pizzo

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