Todaro: “Ustica non sarà un paradiso disabitato. Governo e Regione dicano dove sono finiti i fondi dell’insularità”

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L’articolo 119 della Costituzione non è uno slogan. La Repubblica riconosce le peculiarità delle isole e promuove le misure necessarie a rimuovere gli svantaggi derivanti dall’insularità. Ma un principio costituzionale, se non viene trasformato in fondi vincolati, misure attuative e servizi reali, resta una promessa tradita

Angelo Todaro

Prof. Angelo Todaro

Prendo personalmente questa iniziativa, da cittadino, da operatore economico e da imprenditore che ha investito in modo rilevante nell’isola di Ustica, perché non è più accettabile continuare a parlare di insularità solo nei convegni, nei comunicati ufficiali e nelle dichiarazioni di principio.

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La domanda è semplice, diretta, inevitabile: dove è finita l’insularità? Dove sono finiti i fondi? Dove sono le misure concrete per le isole minori?

L’Europa parla di isole. La Costituzione italiana riconosce le peculiarità dell’insularità. I Governi annunciano strategie, tavoli, piani e programmi. Ma a Ustica, come in tante altre piccole isole italiane, chi vive, lavora, investe o vuole semplicemente raggiungere l’isola continua a scontrarsi con la stessa realtà: trasporti costosi, collegamenti insufficienti, sanità fragile, imprese penalizzate, residenti scoraggiati, giovani costretti ad andare via.

L’articolo 119 della Costituzione non è uno slogan. La Repubblica riconosce le peculiarità delle isole e promuove le misure necessarie a rimuovere gli svantaggi derivanti dall’insularità. Ma un principio costituzionale, se non viene trasformato in fondi vincolati, misure attuative e servizi reali, resta una promessa tradita.

Una norma costituzionale non abbassa da sola il costo di un traghetto; Non garantisce da sola un presidio sanitario efficiente. Non sostiene da sola un’impresa. Non porta merci a costi sostenibili. Non trattiene i giovani. Non salva una comunità dallo spopolamento.

Per questo chiedo pubblicamente al Governo nazionale, alla Regione Siciliana e agli assessorati competenti: quali risorse sono state destinate davvero alle isole minori? Quale quota è prevista per Ustica? Quali misure concrete sono state adottate per compensare il costo dell’insularità?

Perché il punto è proprio questo: oggi il costo dell’insularità viene scaricato quasi interamente sui cittadini, sulle imprese e sui turisti.

Chi vuole investire a Ustica parte già con un handicap. Trasportare materiali, merci, carburanti, attrezzature, personale e servizi costa di più. Fare manutenzioni costa di più. Aprire e gestire un’attività costa di più. Tenere in piedi un albergo, un ristorante, una struttura turistica, un’impresa artigiana o commerciale costa di più.

In molte realtà insulari il maggiore costo può arrivare anche intorno al 30%. Questo differenziale non può continuare a essere pagato solo da chi ha il coraggio di investire nelle isole minori. Se lo Stato e la Regione non compensano questo svantaggio, l’imprenditore isolano viene lasciato solo dentro una competizione falsata.

Poi però non bisogna stupirsi se le attività chiudono, se gli investitori rinunciano, se il lavoro diventa solo stagionale, se i giovani non restano, se l’isola si svuota.

Lo stesso vale per il turismo. Ustica viene raccontata come un paradiso del Mediterraneo, ma raggiungerla diventa sempre più costoso e complicato. Una famiglia che vuole venire in vacanza deve fare i conti con tariffe marittime pesanti, bagagli, coincidenze, orari non sempre adeguati, eventuale auto al seguito e costi aggiuntivi che scoraggiano la permanenza.

È un paradosso inaccettabile: la politica promuove l’immagine delle isole, ma non garantisce il diritto di raggiungerle a costi sostenibili.

Senza una vera continuità territoriale, fatta di collegamenti certi, frequenti, dignitosi e accessibili, ogni discorso sul rilancio di Ustica resta propaganda. Non bastano parole. Servono tariffe calmierate, contributi al trasporto merci, regole stabili per residenti, lavoratori, studenti, imprese e visitatori.

Ma il tema più grave resta la sanità.

Vivere a Ustica non può significare avere meno diritto alla salute. Un residente non può dipendere dal meteo, dall’orario del traghetto, dalla disponibilità di un elicottero o dalla presenza occasionale di uno specialista. Un anziano, un malato cronico, una famiglia con bambini non possono vivere con la sensazione di essere cittadini di serie B.

La sanità nelle isole minori non può essere organizzata con gli stessi criteri numerici di un quartiere urbano. La distanza, l’isolamento e il rischio devono pesare quanto il numero degli abitanti. Servono presidi adeguati, emergenza-urgenza realmente garantita, telemedicina funzionante, specialisti programmati, trasporto sanitario sicuro e incentivi per medici e personale sanitario.

Altrimenti continueremo ad avere isole bellissime ma sempre meno vivibili. E qui arriva il punto che mi preoccupa di più: Ustica rischia di diventare un paradiso disabitato. Prima arriva la desertificazione invernale: case chiuse, pochi residenti, scuole fragili, attività ferme, servizi ridotti, giovani costretti ad andare via.

Poi arriva anche la desertificazione estiva: perché se arrivare costa troppo, il turista sceglie altro; se le merci costano troppo, i prezzi salgono; se fare impresa è troppo oneroso, l’offerta si impoverisce; se la sanità non dà sicurezza, famiglie e anziani evitano soggiorni lunghi; se i collegamenti non sono adeguati, anche la bellezza dell’isola non basta più.

Una piccola isola senza residenti non è più una comunità: è una cartolina vuota. Una piccola isola senza servizi non è più un territorio vivo: è una periferia galleggiante. Una piccola isola dove investire costa troppo, curarsi è difficile e arrivare è proibitivo non vive l’insularità: la subisce.

Per questo non chiedo dichiarazioni generiche. Chiedo risposte precise. Quanti fondi sono stati effettivamente destinati alle isole minori? Quale quota è riservata a Ustica? Quali misure sono previste per abbattere il costo dei trasporti marittimi? Quali contributi sono previsti per il trasporto merci? Quali agevolazioni per imprese, residenti e lavoratori stagionali? Quale piano sanitario speciale per le isole minori? Quali strumenti concreti per evitare spopolamento e desertificazione economica?

L’insularità non può essere ricordata solo quando conviene politicamente. Non può essere invocata nei titoli e dimenticata nei decreti. Non può essere riconosciuta dalla Costituzione e poi abbandonata nella programmazione ordinaria.

Ustica non chiede privilegi. Chiede pari dignità. Chiede che il costo della distanza non sia scaricato sempre sugli stessi. Chiede che vivere, lavorare, investire e curarsi su un’isola non significhi pagare di più per avere di meno.

Da imprenditore che ha creduto e investito in Ustica, dico con chiarezza che non possiamo più assistere in silenzio a questo lento abbandono. L’isola ha bisogno di una politica vera, non di promesse stagionali. Ha bisogno di fondi vincolati, continuità territoriale, sanità, servizi, infrastrutture e strumenti speciali per chi vive e produce in condizioni oggettivamente più difficili.

Il principio è scritto. Ora vogliamo i fondi. Ora vogliamo le misure. Ora vogliamo risposte. Ustica non vuole diventare un paradiso disabitato. Vuole vivere, lavorare, accogliere, curare, investire e crescere.

Ma per farlo ha bisogno che Governo e Regione smettano di trattare il mare come una distanza privata da pagare a carico dei cittadini.

Prof. Angelo Todaro

Responsabile Federalberghi Palermo – Insularità e Continuità Territoriale

Imprenditore e investitore nell’isola di Ustica

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