Statuto speciale della Sicilia: Ottant’anni tra false aspettative e mancato sviluppo
La crisi dello Statuto è cominciata quasi subito quando abbiamo perso senza combattere le garanzie di libertà contenute nello Statuto, come ad esempio l’Alta Corte di Giustizia pensata per dirimere le questioni tra noi e lo Stato non passando dalla Corte Costituzionale di nomina statale
Sono arrivati gli 80 anni, compleanno più che vetusto, dello Statuto siciliano, ed è partito il canto formale del Palazzo Reale ed il controcanto di coloro che lo ritengono sorpassato e da aggiornare, proponendosi estensori. Diciamo subito che la Costituzione, nata subito dopo lo Statuto, ha sempre avuto problemi di aggiornamento molto forti e discussi, e l’unico processo riformativo arrivato al traguardo, quello del titolo V, ha lasciato più problemi che soluzioni. Il difetto di coloro che anche in buona fede si propongono di riformare è quello della relativa analisi storica. Lo Statuto siciliano, in grande parte inapplicato, è la fotografia della società siciliana dell’epoca che, tradita dall’Unità post garibaldina, era diffidente di un nuovo mondo che stava mutando celermente. La fine della Monarchia, votata maggioritariamente in una Sicilia conservatrice, la nuova Repubblica del piano Marshall, che in Sicilia si è visto poco o nulla, la voglia o velleità di indipendentismo, che morì dopo Portella della Ginestra, e le ambizioni, non tutte nobili, dei nuovi notabili politici sorti tra la defenestrazione del fascismo e il governatorato americano post sbarco.
Oggi il contesto dopo 80 anni è totalmente mutato, e le spinte inevitabili, con un Occidente in crisi ed un America in declino, è di compattare sull’Europa, più che decentrare. Pensare ad un’Autonomia finanziaria siciliana, dopo che l’Italia stessa ci ha rinunciato firmando il Fiscal Compact sembra lontano anni luce dalla realtà. Tra l’altro noi siciliani di Europa ci campiamo, o sopravviviamo, da decenni, visti i rarefatti investimenti statali. Anzi, siamo noi che partecipiamo con le nostre magre risorse al bilancio dello Stato, ed i soldi addirittura congelati per il Ponte sullo Stretto sono la cruda testimonianza. Non gestiamo i soldi per le strade a pezzi e prestiamo soldi allo Stato centrale per opere che non vediamo, altro che Autonomia. Lo farebbe mai il carsico Friuli, il tedesco Trentino o la orgogliosa Sardegna?
Negli anni abbiamo rinunciato, in forza dell’Autonomia, a trasferimenti statali, da cui lo stato primitivo delle Ferrovie siciliane. Il primo contratto, autonomo, con Trenitalia ha data 2015, quando le altre regioni ordinarie da decenni contrattano servizi tripli di percorrenza, grazie ai trasferimenti dello Stato. Ed abbiamo rinunciato pure a molta parte delle tasse, che ci spettavano per Statuto, a causa della formuletta esiziale prioritaria dal punto di vista normativo: l’esigenza primaria della finanza pubblica statale. Ma soprattutto, rispetto alle regioni autonome del Nord, abbiamo fallito la prova della responsabilità della classe dirigente, se confrontiamo i redditi pro capite, i servizi, le infrastrutture, di quelle zone e la nostra. La domanda da porsi è: ad un popolo, ed una classe dirigente, con scarso civismo e senso di Comunità, indisciplinato e iper individualista, serve più autonomia o più controllo?
Il paradosso dell’Autonomia è per esempio lo ZEN di Palermo, con le sue regole non scritte ma uniformemente applicate, con il suo rifiuto della formazione statale e locale, con il suo acquedotto autonomo di bollettazione mafiosa, e addirittura con il controllo militare del territorio dell’esercito barbudos armato di kalashnikov. Lo ZEN è il parossismo dell’autonomismo alla caponata.
Da quando ci siamo “liberati” del Commissario dello Stato che sovrintendeva la legislazione siciliana, come un severo maestro di scuola dell’obbligo, la qualità della nostra legislazione è andata a ramengo, viste le tante bocciature delle norme approvate da parte di Palazzo Chigi. Laormai famosa norma fasulla La Vardera, che ha fatto ridere i polli, non sarebbe stata valida se ci fosse stato ancora il Commissario che l’avrebbe cancellata con la matita rossa. A che serve oggi essere autonomi da un Paese dipendente dall’Europa su bilanci, deficit, fisco, moneta e tantissime altre cose? L’Europa ai tempi dello Statuto era ancora un sogno in divenire. L’isola per esempio è circondata dal mare, ma la nostra marineria non può pescare sufficientemente ai sensi delle normative europee. Vogliamo renderci autonomi dalle leggi europee? O vogliamo più autorevolezza di rappresentanza in Europa?
La nostra capacità di gestione dell’autonomia in Sanità ha efficientato il sistema regionale sanitario? O forse è meglio che i direttori apicali delle Asp provengano dagli idonei in Veneto o Emilia Romagna? Quelli prioritariamente si confrontano sui servizi ai cittadini, e solo in un secondo tempo sui “servizietti” ai politici che li nominano. Prima di parlare di autonomia la politica, ma anche le università che si propongono riformatrici, dovrebbero rendersi autonomi dalla legge del consenso familistico e clientelare, e formarsi alla scuola della responsabilità. In Sicilia c’è troppa autonomia e poca responsabilità. Ma responsabilità di cosa? La responsabilità dei nostri problemi fondamentali che sono essere diventati la Regione più anziana d’Italia, dove c’è più esodo di giovani formati per carenza di placement e opportunità, per avere liste di attesa che fanno morire le persone che in altre regioni si salvano, avere la vita media più bassa delle altre regioni, avere il reddito pro capite più basso d’Italia dopo la Calabria, la quale però ha un’economia sommersa più forte. La responsabilità di perdere l’acqua nei tubi, di non aver capito come gestire i cambiamenti climatici, di avere solo scandali ed indagati sui dissesti idro geologici, di avere strade da provincia africana. Di avere soprattutto il 25% della popolazione sotto la soglia di povertà. Queste sono le nostre responsabilità,a cui la nostra Autonomia in 80 anni non ha dato risposta.
La crisi dello Statuto è cominciata quasi subito quando abbiamo perso senza combattere le garanzie di libertà contenute nello Statuto, come ad esempio l’Alta Corte di Giustizia pensata per dirimere le questioni tra noi e lo Stato non passando dalla Corte Costituzionale di nomina statale. Abbiamo sterilmente, con la compiaciuta condiscendenza ipocrita dello Stato, lottato per avere più soldi, all’insegna di maledetto il bisogno, ma non abbiamo fatto battaglie di libertà sull’autodeterminazione e sui rapporti paritari istituzionali con lo Stato. Un popolo non libero non è autonomo, fa finta di esserlo.
Ma soprattutto non siamo mai stati autonomi culturalmente ed ideologicamente. Quando la politica siciliana si renderà autonoma dal blocco sociale di cui porta la responsabilità di fondazione, fatto da più o meno mezzo milione di siciliani, a cui da risposte precarie, parziali e sterili, e si occuperà dei restanti 4,5 mln di siciliani, che ignora, non dandogli opportunità e servizi, potremo parlare di riforma dell’Autonomia. Che è un fatto culturale non statutario.
Giovanni Pizzo

