A Palermo, città alla deriva socioeconomica non è cambiato nulla come allo Zen

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Mentre a Caivano, la società civile si è ribellata, la Chiesa stessa, per cui lo Stato sarebbe colpevole a non mostrare la sua presenza, qui al massimo si fa un vertice in prefettura e arrivano una decina di poliziotti

Zen

Vi siete chiesti perché lo Stato, l’opinione pubblica italiana, non ha trattato allo stesso modo l’anarchia, il totale disprezzo della legge che c’è allo ZEN come ha fatto con Caivano? Perché allo ZEN avere la vendita degli alloggi popolari pubblici in mano al racket, tanto che l’assessore Ferrandelli è costretto a dormirci dentro per evitare che sia occupato dagli aventi diritto del “pizzo”, pagare ai mafiosi la distribuzione abusiva dell’acqua, girare armati, sparare in Chiesa, fare spedizioni assassine come gli squadroni della morte in Brasile o Messico, tutto questo è normale. Come normale è che una delle spiagge più famose del mondo Mondello, sia in mano ai parenti delle famiglie criminali, come interi suk nel centro storico siano finiti fuori dal controllo di legalità. Perché che la quinta città d’Italia, Palermo, capoluogo di regione, la Sicilia, sia totalmente anormale è normale.

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Ci hanno, l’Italia, l’opinione pubblica italiana, lasciati alla nostra deriva, dopo il 1992 l’anno delle stragi. Si, direte voi, ci sono le manifestazioni di stato, con la minuscola, davanti all’albero di Falcone. È vero, ma quella è la facciata, il velo della decenza quando un uomo rimane ucciso a terra. Ma gli italiani pensano che noi siciliani siamo irredimibili, per cui perché perdere tempo, risorse finanziarie, prefetti di ferro o di altro materiale pesante, tanto noi non cambiamo. In effetti il Comune da quanto tempo sa che allo ZEN 2 non bolletta acqua? La Regione da quanto tempo sa che chi si trova nei suoi alloggi non è chi il reale, per legge, assegnatario. Lo sanno, come lo sanno ed ignorano, è Cosa pubblica non quindi loro, i cittadini palermitani.  Da anni i pentiti parlano del potere della Mafia a Mondello, prima quelli del mandamento di Partanna, poi in seguito all’uccisione di Saro Riccobono subentrano i reggenti di San Lorenzo. Lo sa la questura, i commissariati di zona, ma è tutto normale, siamo in Sicilia. Cosa è cambiato dai tempi di Franco Nero nelle sue conversazioni con il boss, scritte da Sciascia ne “Il giorno della civetta”? 

Assolutamente nulla, siamo sempre noi, gli stessi immutabili, irredimibili siciliani. Non cambia mai nulla perché siamo come le blatte, ci adattiamo a tutto, perfino all’atomica se qualcuno, iraniani o israeliani, ne volesse sprecare qualcuna in quest’isola. Mentre a Caivano, la società civile si è ribellata, la Chiesa stessa, per cui lo Stato sarebbe colpevole a non mostrare la sua presenza, qui al massimo si fa un vertice in prefettura e arrivano una decina di poliziotti, cosa da farci un turno da piantone nei commissariati di zona ormai del tutto sguarniti e ridotti a meno della metà della pianta organica.

Questa assoluta normalità dell’idea di Sicilia allontana la politica, che oggi si nutre esclusivamente di comunicazione, e nulla è peggio per questa della normalità. Ci vorrebbe un fatto eccezionale perché in TV o nei sociale media si parli dello ZEN 2 o della Sicilia, una bella frana con migliaia di sfollati come a Niscemi, un quintale di tritolo che butti giù un intero palazzo, abitanti compresi ovviamente, bruciare una macchina con dentro almeno due persone, perché bruciare macchine dopo aver rubato i pezzi di ricambio, Smart in particolare, è occupazione abituale a queste latitudini, e sarebbe normale. È ovvio che lo Stato, e l’opinione pubblica italiana, non ci ritenga tutti delinquenti qui in Sicilia, sarebbe improbabile anche dal punto di vista statistico, ma irredimibili sicuramente. D’altra parte abbiamo sacrificato due eroi, come Borsellino e Falcone, e nella scuola a quest’ultimo intitolata, guarda caso allo ZEN, la preside, quindi l’istituzione statale alla portata dei cittadini, dopo essere stata premiata con il cavalierato della Repubblica, si fa arrestare per truffa e peculato, financo la spesa della mensa scolastica si portava via. 

Sembra che in Sicilia tutto si decomponga, si infetti come nella Orano della Peste di Camus. Lì nella cittadina algerina affacciata sul mediterraneo, dedita al commercio ed indifferente, l’epidemia provoca l’isolamento forzato dal mondo, diventando una metafora del male e dell’assurdo. Quante similitudini con Palermo e la Sicilia, con la sua immarcescibile cultura araba, con la sua indolenza ed indifferenza al male.

Chi vorrebbe infettarsi con la peste sicula? Meglio tenersene lontano, come per i cambiamenti climatici ed altre disgrazie. Non sempre le disgrazie fanno la fortuna dei politici, in Sicilia sicuramente no.

Giovanni Pizzo

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