Anvur, nel 2024/25 sistema universitario al suo massimo storico con 2 mln iscritti

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ROMA (ITALPRESS) – Il sistema universitario italiano raggiunge nel 2024/25 i 2.050.112 iscritti, il massimo storico assoluto, con 100 atenei, 413.943 laureati, 65.617 docenti e proventi complessivi per 19,5 miliardi di euro. La crescita complessiva rispetto al 2018/19 è di 296.000 iscritti (+16,9%), ma il dato che più caratterizza questo periodo è la sua composizione: il 63,7% di tale incremento ha riguardato le università telematiche, che in sei anni sono passate dal 6,8% al 15% della popolazione studentesca totale. E’ quanto emerge dal Rapporto 2026 sul sistema della formazione superiore e della ricerca pubblicato questa mattina da Anvur. Giunto alla sua 5^ edizione, il Rapporto offre una rappresentazione aggiornata e dettagliata delle università, delle istituzioni AFAM e degli enti pubblici di ricerca, delineando il quadro nazionale, il posizionamento internazionale e l’evoluzione del sistema dal periodo pre-pandemico a oggi.L’aumento degli iscritti si distribuisce in modo disomogeneo sul territorio nazionale. Nel Nord l’80% degli atenei registra un incremento delle iscrizioni, al Centro 2 atenei su 3, mentre nel Mezzogiorno quasi 1 ateneo su 2 (48%) evidenzia una contrazione, con una forte riduzione nell’area economico-giuridica. In questo quadro, la crescita delle telematiche (+158,6% in sei anni) si caratterizza con la presenza di quasi 4 studenti telematici su 5 che avrebbero un’alternativa in presenza entro 60 minuti, segno che la scelta del canale telematico risponde più a esigenze personali di costo, lavoro e accessibilità che a una reale carenza di offerta sul territorio.Sul piano geografico, inoltre, i dati sulla permanenza nell’area di residenza sono rivelatori: nel Mezzogiorno quasi 1 studente magistrale su 2 studia lontano da casa, contro tassi di permanenza superiori al 70% nel Centro-Nord. Il sistema si configura pertanto come un rilevante fattore di mobilità territoriale, con flussi in uscita più intensi dalle regioni meridionali. Le università in Italia sono presenti in ben 274 comuni nel 50% dei quali (127 sedi) con un numero di iscritti inferiore a 500 studenti. Molte delle sedi di piccole dimensioni ospitano corsi delle professioni sanitarie ma va evidenziato che nel 50% delle sedi universitari si concentrano solo l’1% degli studenti (circa 17.000).Il Rapporto evidenzia un incremento significativo della presenza di studenti con diploma estero, raddoppiati in sei anni da 52.493 a 111.566 e pari al 5,4% degli iscritti complessivi. L’incidenza risulta più elevata nelle università non statali (8,5%) rispetto a quelle statali (6,0%), mentre nelle telematiche è marginale (1,1%). I principali Paesi di provenienza sono Iran (12,7%), Turchia (7,7%) e Cina (6,4%), seguiti da India, Tunisia e Pakistan.Permangono tuttavia marcate differenze nella distribuzione territoriale: nel Nord-Ovest si concentra il 36,3% degli studenti con diploma estero, nel Centro il 28,3% , nel Nord-Est il 22,5%, mentre il Mezzogiorno – considerando Sud e Isole – solo il 9,9%.I tassi di abbandono e la progressione di carriera nelle università. Il sistema cresce, ma trattiene meno di quanto sembri. Nella coorte 2018/19, a sei anni dall’iscrizione, il 62,7% degli iscritti ai corsi di laurea triennale ha conseguito il titolo, mentre il 26,4% ha interrotto gli studi. Una dispersione che i numeri aggregati sugli iscritti tendono a non evidenziare.I trend per tipo di ateneo vanno in direzioni opposte. Nelle università statali il tasso di abbandono tra primo e secondo anno alle lauree triennali si attesta al 13,3%, mentre nelle non statali scende al 6,4%. Nelle telematiche, al contrario, sale al 18,8% (era il 13,7% nel 2018/19) – il valore più alto del sistema, in crescita costante – indicando come una quota rilevante di chi si iscrive non passi al secondo anno. La perdita di studenti si concentra infatti nelle fasi iniziali del percorso, suggerendo l’esigenza di rafforzare le attività di orientamento e la capacità di intercettare precocemente le fragilità in ingresso.Il Rapporto approfondisce il tema del rapporto tra laureati e docenti: nelle telematiche nelle quali si registrano 69,2 laureati per docente, a fronte di 5,1 nelle statali. Le telematiche al loro interno sono comunque molto diverse (il dato oscilla tra un minimo di 10,2 e un massimo di 121,8). Sul versante dei requisiti di docenza, il rapporto segnala che 6 università telematiche su 11 non soddisfano i requisiti minimi a fronte del 100% di conformità delle università statali. Una differenza strutturale che rimanda al ‘tema della scalabilità’: lo stesso titolo di studio viene conseguito in condizioni molto diverse.Il personale docente universitario è cresciuto del +20,9% tra il 2018 e il 2025, passando da 54.261 a 65.617 unità e con una ricomposizione strutturale che vede il peso relativo dei professori ordinari e associati crescere di 9,1 punti. Nonostante questo incremento, il sistema accademico italiano si conferma il più anziano d’Europa: il 55,4% dei docenti ha almeno 50 anni, mentre solo l’1% ha meno di 30 anni, a fronte del 22,6% registrato in Germania. L’età media di ingresso nella qualifica di professore ordinario nel 2025 si attesta a 51,7 anni.Sul fronte del genere emergono dinamiche contrastanti. Le donne rappresentano la maggioranza tra immatricolate (55,7%), iscritte (56,8%) e laureate (57,7%), ma risultano ancora sottorappresentate nelle posizioni apicali, con il 29% dei professori ordinari e il 24,5% dei rettori. Il divario tende ad ampliarsi lungo le progressioni di carriera, sebbene rispetto al 2018 si osservino promettenti segnali di avanzamento nei livelli più elevati.Il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) ha superato strutturalmente la soglia dei 9 miliardi di euro, raggiungendo nel 2025 i 9,368 miliardi (+27,6% dal 2018), Tuttavia, l’erosione inflazionistica registrata negli ultimi 7 anni riduce la crescita in termini reali al +7,3%.La distribuzione geografica del FFO mostra un effetto divergente: il costo standard e la quota premiale risultano più favorevoli agli atenei del Nord (+33,4% Nord-Ovest, +32,2% Nord-Est), mentre le Isole registrano un incremento più contenuto (+15,9%). Sul versante del diritto allo studio, la copertura degli idonei alle borse ha raggiunto il 97,7%, grazie anche alle risorse PNRR che hanno portato il fondo a quasi 882 milioni nel 2024.L’AFAM: 94.000 iscritti e i primi dottorati. Le istituzioni dell’Alta formazione artistica, musicale e coreutica contano nel 2024/25 93.539 iscritti (+17,5% in 4 anni). La componente internazionale risulta significativa, con quasi uno studente su sei di cittadinanza straniera, di cui il 50% proveniente dalla Cina. Il primo ciclo di dottorati AFAM ha preso avvio con 476 iscritti e 62 corsi, ma il settore attende ancora un riordino normativo compiuto, a cominciare dall’abilitazione artistica nazionale.I 14 enti pubblici di ricerca (EPR) contano circa 10.500 ricercatori, fortemente concentrati nel CNR (62,6%). Tra il 2023 e il 2024 il personale a tempo determinato raddoppia, indicando una pressione sul sistema post-PNRR che potrà essere alleggerita con i percorsi di stabilizzazione.Il 57,5% dei ricercatori di ruolo ha almeno 50 anni e solo l’8,4% meno di 40, evidenziando la necessità di rafforzare il ricambio generazionale attraverso un ingresso di giovani ricercatori. In crescita anche i finanziamenti statali, con il FOE che raggiunge 1,486 miliardi di euro nel 2025 e segna un +17,6% rispetto al 2018. Nel confronto internazionale, l’Italia registra la seconda crescita in Europa per numero di iscritti alla formazione terziaria tra il 2019 e il 2023 (+14,4%), ma la quota di laureati tra i 25 e i 34 anni si attesta al 31,6%, ancora significativamente inferiore alla media OCSE (48,4%). La distribuzione dei laureati per livello del titolo conseguito fa emergere che il divario si concentra soprattutto nei percorsi triennali (13,5% contro il 26,1% OCSE), mentre nelle lauree magistrali (17,4%) l’Italia supera il livello OCSE (16,1%).Sul fronte dei NEET (18-24 anni), si osserva una riduzione di 9,6 punti percentuali tra il 2021 e il 2024, il miglior risultato in Europa. Positivo anche il dato relativo alle laureate STEM, pari al 40,3%, superiore di circa 5 punti alla media UE. Nella ricerca, l’Italia migliora la propria quota di finanziamenti in Horizon Europe (dal 9,2% al 9,4%), ma a un ritmo inferiore rispetto a Germania e Francia, che crescono con maggiore intensità, rispettivamente dal 16,4% al 17,3% e dall’11,9% al 12,4%. Il sistema italiano, quindi, partecipa di più, ma rischia di perdere terreno nella competizione internazionale per le risorse destinate alla ricerca d’eccellenza.‘Il rapporto che abbiamo presentato oggi è ricco di spunti di riflessione, ma è anche l’occasione per proporre una rappresentazione compiuta del sistema universitario e della ricerca – ha commentato Antonio Felice Uricchio, presidente Anvur -. I dati sono confortanti: crescono i numeri di iscritti, laureati e docenti, resta il rammarico di denotare diseguaglianze territoriali che si amplificano con l’esigenza di trovare strumenti di sostegno per le aree più debolì.‘E’ un’edizione molto ricca quella di quest’anno con focus tematici interessanti: ci troviamo di fronte a una stagione di rilancio del sistema universitario, soprattutto in termini di iscritti, con una geografia del sistema modificata – le parole di Daniele Livon, direttore generale Anvur -. La sfida per il futuro sarà capire quale modello di università adottare, tenendo conto che restiamo indietro rispetto ad altri Paesi europei per numero di laureati nella fascia giovanile. Toccheremo anche il sistema Afam, che ha visto grandi novità negli ultimi anni come il nuovo dottorato di ricerca, lanciato dal Pnrr. Il sistema di enti di ricerca è cresciuto in termini di numeri e di risultati, ma è un sistema alle prese con un periodo di stabilizzazione con 4 su 14 che raccolgono il 90% di ricercatorì.– foto ufficio stampa Anvur –(ITALPRESS).

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