Regione contro i Comuni: La causa del sottosviluppo dei territori

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La Regione ed i suoi deputati odiano i comuni, i sindaci, i consiglieri provinciali, i presidenti dei liberi consorzi.
Il fondo per le autonomie locali, di cui vivono Province e Comuni, in 15 anni si è ridotto ad un quinto. È passato da 1 mld circa a 200 mln.

Palazzo dei Normanni

Che il Palazzo Reale dei Normanni vada contro i suoi territori non è cosa nuova nei secoli. Lo scontro tra il potere monarchico vigente in Sicilia e i territori vassalli sono stati una costante sotto molti regni.  Si sperava che lo Statuto Autonomo siciliano potesse risolvere i conflitti istituzionali, portando Regione, Province e Comuni ad una forma di collaborazione nel segno dell’Autonomia. Però lo Statuto siciliano è del 15 maggio 1946, quindi precedente al successivo referendum sulla forma repubblicana dello Stato italiano, e deve essere rimasta una dimensione monarchica ancora forte, infatti in Sicilia i monarchici batterono i repubblicani. Questo è l’antefatto storico culturale che ci fa capire come stia andando in malora il rapporto tra Palazzo dei Normanni e gli Enti Locali siciliani.

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Nel 2013 l’Assemblea di sala d’Ercole abolisce le province autonome siciliane, e le lascia nel limbo della dissoluzione delle loro competenze per ben 13 anni. Oggi il testo sugli Enti locali, tra “ammuine”, voti segreti poi giustificati da palesi dichiarazioni, pantomime e finte “sciarre”, che fanno capire che non c’è non solo una maggioranza, ma nemmeno degli ordini di scuderia basici, va verso il baratro. Nonostante la farsa di aver approvato, costretti dalle poche donne presenti, l’articolo sulla parità di genere in recepimento di ciò che si fa da anni nel resto d’Italia. Ad un certo punto la deputata Caronia urla che non lascerà l’aula se non si approva la norma paritaria, e sbatte con inaudita forza il microfono con un gesto che ricorda la scarpa sbattuta da Nikita Kruscev all’Assemblea Generale ONU del 12 ottobre del 1960.

La Regione ed i suoi deputati odiano i comuni, i sindaci, i consiglieri provinciali, i presidenti dei liberi consorzi. Li tengono alla fame da lustri, indebolendoli finanziariamente creando le condizioni della dipendenza e non dell’autonomia. Il fondo per le autonomie locali, di cui vivono Province e Comuni, in 15 anni si è ridotto ad un quinto. È passato da 1 mld circa a 200 mln, sufficienti a malapena per pagare parzialmente le piante organiche di questi enti, ma certamente non in grado di sostenere i servizi ai cittadini. Ma perché gli onorevoli non vogliono sostenere le casse comunali?

Il motivo è chiaro, un Comune in salute finanziaria, che eroga i servizi di cui hanno diritto i cittadini, crea degli amministratori locali apprezzati, i quali possono diventare pericolosi concorrenti per le loro onorevoli poltrone. Per cui da anni i Comuni e le Province vengono definanziati, e lasciati in uno stato di arretratezza normativa, non recependo le norme statali. Questo crea i Comuni sudditi, che per singole fattispecie, soprattutto emergenziali, devono togliersi il cappello e bussare alla porta dei deputati del collegio di appartenenza inginocchiandosi. Il sistema è antico, i romani memori della libera autonomia delle colonie greche, vedi Siracusa, crearono il famoso divide et impera, quello che vige in Sicilia ancora oggi. I Comuni devono essere poveri, dipendenti ed analogici, se non arcaici, come per quanto riguarda la norma del 40% delle donne in giunta. 

Ma perché sono contrari alle donne siciliane in giunta? Facciamo due calcoli, in Sicilia ci sono 391 comuni, facendo una media esemplificativa di 6 assessori a Comune fanno 2.346 assessori dotati di poltrona e potere funzionale, il 40% significa 938 posti che la politica può assegnare ai propri sodali. Ora chi glielo dice a quei maschietti, che si sono messi in feroce competizione per portare i voti agli onorevoli di turno, che non potranno ricevere il premio agognato di diventare Assessore del proprio Comune, perché tocca alle donne? Come la facciamo poi la riffa della politica? E poi si sa la donna è mobile, io la faccio nominare Assessore e poi quella si muove per conto suo, mentre il maschio è “muoviti fermo” come si dice a Catania.

Niente questo Testo degli Enti Locali non s’ha da fare. I Comuni devono andare in dissesto, in disequilibrio, in arretratezza, con le buche per le strade, la munnizza per terra, senza luce pubblica, e soprattutto senza Assessoresse. Ovviamente questa tesi non tiene conto di un fatto. Che nei Comuni ci abitano gli elettori, quelli che stanno sparendo, perché nessuno abita nella Regione, e certamente non in quel Palazzo Reale che ha dato evidentemente alla testa a chi lo frequenta. 

Giovanni Pizzo

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