In Sicilia è fallito il comunitarismo: il senso e i bisogni delle comunità

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C’è bisogno di persone di “buona volontà”, di aneliti di civiltà, libertà e sviluppo per questa terra siciliana che si sta involvendo

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In Sicilia, terra di civiltà antica e primigenia, è proprio lo stesso concetto di civiltà che sta scomparendo. La civiltà di un popolo si misura da come tratta i più fragili, gli anziani, i disabili, i giovani e le donne.

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Si misura da come fornisce ai cittadini i servizi, sanitari, di trasporto, di istruzione. Perfino l’acqua è precaria in Sicilia, per i cittadini e gli agricoltori. Si misura, fondamentalmente, da quanti giovani istruiti trattiene. E qui casca lo “scecco”, quello che per noi siciliani è l’asino. Negli ultimi 10 anni 56.000 giovani laureati hanno lasciato l’isola, l’1,2% della popolazione siciliana, come se un capoluogo di provincia come Caltanissetta fosse evaporato. Se ne vanno gli istruiti e rimangono neet e ignoranti, per vari motivi.  Gli anziani sono abbandonati, con servizi sociali miserrimi, viste le casse esangui dei comuni. I morti a Palermo non riuscivano a seppellirli, e se muori in ospedale la salma finisce in ostaggio, e per riaverla devi pagare loschi figuri, come è stato scoperto non in un oscuro ospedaletto periferico, ma al policlinico di Palermo. Se hai bisogno di una diagnosi paghi e aspetti, se non è troppo tardi. 

In Sicilia si aggirano quattro Cavalieri, come quelli dell’Apocalisse, che seminano disperazione: povertà, ignoranza, malasanità, siccità. E tutto quello che cerchiamo come cittadini, lavoratori, popolo siciliano, di fare, di sviluppare, viene distrutto o ammorbato da queste calamità. È civiltà tutto questo?

Tutto sembra slegato, frazionato in piccoli gruppi, in nicchie di bisogni gestiti saltuariamente da una politica che ha perso visione di una cosa fondamentale. Il bene comune, gli interessi collettivi. Tutto è riportato ad una sfera individuale, ormai quasi non più familistica, se non per dimensioni di privilegio. Non si trova una quadra, un numero che concili, spieghi, rappresenti la trigonalità di questa isola, proprio noi, che con Archimede da Siracusa abbiamo, eureka, trovato il “pi” greco.  Continuiamo ad affrontare i problemi dei siciliani con il massimo comun divisore, come degli apprendisti stregoni del frazionismo, nessuno che si occupi invece del minimo comune multiplo.

Quello che è fallito in Sicilia non è il comunismo, ma il comunitarismo, il senso e i bisogni delle comunità. Un esempio è il crollo dei finanziamenti verso i Comuni. Certo anche lo Stato ha la sua colpa, ma la Regione, la famosa Autonomia speciale,  trasferisce ai suoi Comuni, dove vivono I cittadini siciliani, una cifra esigua rispetto a quella che trasferiva solo 15 anni fa, che non consente assolutamente la minima “affordability”, termine fortemente oggi in uso a New York o Miami, cioè la sostenibilità del vivere civile, dei servizi sociali, degli alloggi popolari, dei servizi comunali di queste comunità. 

La Sicilia si affanna a spendere fondi europei, spesso non centrando il bersaglio della rendicontazione, senza una visione strategica dei bisogni dei suoi cittadini,  senza capacità di progettazione e programmazione, inseguita e tirata, a volte incongruentemente, se non illegittimamente, da stakeholder, piccoli gruppi di interesse, singoli individui. 

Ma cosa c’è, cosa residua, di grandemente collettivo, di comune in Sicilia? Che non è una terra qualsiasi, è stata la terra dove è nato il popolarismo di Don Luigi Sturzo, sostituito con il populismo di piccoli notabili o di gestori tribunizi di Tik Tok o pagine FB. È stata la terra delle battaglie contadine, di Macaluso e La Torre, che l’hanno strappata ad un feudalesimo retrogrado, che ancora persisteva nel dopoguerra. E di queste tradizioni politiche che rappresentavano interessi solidali, diffusi, collettivi, cosa è rimasto oggi?

Da un contesto così degradato, con il PIL pro capite che è meno della metà di quello di un cittadino milanese, è ovvio che i giovani, soprattutto quelli più istruiti, scappino, lasciandoci dispersione scolastica, disagio sociale, neet ed ignoranza. 

Non si può, ma si deve, con umanità e coraggio, invertire questa china discendente e delittuosa, fatta di piccoli affari, latrocini da pollivendoli, interessi da bottegai del consenso personale e non politico. Con grande amarezza, ma cruda lucidità, Giovanni Ciancimino, il decano dei giornalisti parlamentari regionali, ha chiosato sugli odierni scandali di questi mesi: Sono più colpevoli coloro che si astengono dal voto o coloro che votano? I primi si astengono dal diventare complici di coloro che già lo sono con la malavita ed il malcostume. I secondi sono complici vendendo il voto a coloro che sono corrotti. Ma una terza via, un diverso senso, è possibile in Sicilia?

È necessario, ineludibile, indifferibile  ritrovare il senso comune delle cose, la determinazione dell’impegno civile, una visione comunitaria dell’isola. C’è la necessità impellente di coniugare di nuovo gli ideali alla base delle democrazie moderne, umanità, eguaglianza e fraternità, con i principi della dottrina sociale della Chiesa, in primis la centralità della persona, non del cliente elettore, e la solidarietà.

Abbiamo bisogno di difendere le Comunità di cui l’isola è composta, i suoi Enti Locali, abbandonati a se stessi, senza risorse finanziarie ed umane per rispondere ai bisogni ed allo sviluppo del proprio territorio. C’è bisogno di persone di “buona volontà”, di aneliti di civiltà, libertà e sviluppo per questa terra siciliana che si sta involvendo. 

Non è un appello ai “liberi e forti”, altro era il contesto politico e sociale. Di libertà in Sicilia ce n’è a fin troppa, solo che non è libertà di popolo, tant’è che sono altri, ed in altro loco, a decidere le nostre sorti. È libertà coniugata al singolare, all’individualismo, tendente in alcuni casi e contesti all’anarchia. E forti lo siamo già, ma solo con i deboli e i fragili, che escludiamo invece di includere, inchinandoci invece al piccolo potere di turno. Sempre precario, ma sempre inutile, al di là dei pochi sodali.

Non ci rivolgiamo alla desueta e, a volte, ripiegata su se stessa “società civile”. Ma a coloro che vogliono diventare, vivere, in una condizione di civiltà, e non di favore individuale, a cui hanno diritto. Questo non è un appello al sicilianismo, c’è già chi svolge questo compito. Il nostro è il compito di disegnare un nuovo modo di condividere i valori e beni comuni, prima di tutti la bellezza e l’umanità, di cui questa terra, nelle singole specificità, ma senza feudalesimi o nicchie senza visione, è fatta.

Questo è un “Manifesto civile“, una richiesta di impegno a donne e uomini che hanno a cuore la NOSTRA terra, e non il loro piccolo orticello. 

Abbiamo, questa terra ha, bisogno di VOI, di chi è  stanco e deluso, di chi si rifugia nel piccolo localismo senza connessioni in un mondo globale, di chi è confuso, di chi non sa cosa fare, di chi avrebbe voglia di fare ma non sa come. Perché dalla delusione, dall’astensione, il passo verso la disperazione è molto più breve di quello che pensiamo. Invece abbiamo bisogno dell’esatto contrario. Abbiamo bisogno di Speranza. Abbiamo bisogno di una Sicilia Comune.

Giovanni Pizzo

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